Commenti al libro Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola

marzo 23, 2011 § Lascia un commento

 claudio berretta

Facendo seguito al mio precedente articolo pubblicato sulla rivista École, Lettera ad una collega,[1] riferito al primo saggio sulla scuola di Paola Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane[2]., ho provato a fare ulteriori riflessioni sul suo nuovo libro, Togliamo il disturbo,[3] con una seconda lettera. Anche in questo caso rivolgendomi all’autrice mi rivolgo ai tanti, insegnanti e non, che condividono le sue idee sulla scuola.

 Cara collega Paola Mastrocola,

dopo la prima lettera, pubblicata sulla rivista on-line École, relativa al suo La scuola raccontata al mio cane, non potevo esimermi dal rivolgermi di nuovo a lei in merito al suo nuovo libro, Togliamo il disturbo.

Progetti di vita

il suo nuovo libro parte con il lamento, ormai classico, dell’insegnante i cui allievi son quasi tutti impreparati. Il problema è sicuramente reale e condivido anche le preoccupazioni per i genitori che fanno fare i compiti ai figli. Ben prima di arrivare al liceo i ragazzi dovrebbero aver acquisito un livello di autonomia sufficiente per fare i compiti da soli. Se non riescono è probabile che il corso di studi scelto non sia coerente con i loro desideri, con il loro progetto di vita. Proprio qui però sta il nostro compito: aiutarli ad acquisire conoscenze e a costruire competenze che possano aiutarli a conoscersi meglio e a orientarsi nelle scelte che nella vita dovranno fare, a cominciare dalla scelta relativa alla scuola superiore. Scoprire cosa si ama e si sa fare bene fa infatti parte del percorso verso la conoscenza di se stessi.

 Nozioni e competenze

Per fare ciò però non possiamo dire che “la scuola dovrebbe insegnare nozioni: dovrebbe condurre alla conoscenza, a che altro se no?” [4] Il compito della scuola non può essere solo quello di trasmettere nozioni ma deve essere anche quello di “formare”, dare forma, o, meglio ancora, aiutare a darsi una forma, quindi a crescere; e questo non possiamo farlo solo fornendo informazioni agli studenti, ma facendo loro vivere esperienze che li conducano verso l’acquisizione di “competenze”.

So di aver pronunciato già due volte una parola brutta, per lei e per molti insegnanti, ma attenzione! Quando parliamo di competenze non dobbiamo riferirci solo a questioni riguardanti funzioni da mettere in atto in ambito lavorativo.

Nelle otto competenze chiave individuate dal Consiglio Europeo troviamo anche cose come: imparare ad imparare, che lei disprezza tanto, o consapevolezza ed espressione culturale, strettamente attinenti l’ambito dello studio la prima e dell’arricchimento culturale la seconda.

Studio e cultura ciò che lei sostiene non essere sufficientemente considerate dal pensiero pedagogico attualmente prevalente.

La Raccomandazione del Parlamento Europeo del 18 dicembre 2006 definisce la consapevolezza ed espressione culturale come «Consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni in un’ampia varietà di mezzi di comunicazione, compresi la musica, le arti dello spettacolo, la letteratura e le arti visive.»

Si tratta quindi di una competenza del cittadino in quanto essere umano in grado di godere della bellezza e del piacere dell’arte e della cultura. Non di una competenza del cittadino lavoratore, esclusivamente in funzione della sua produttività!

Per quanto riguarda imparare ad imparare mi sconcerta la sua ostilità verso questa competenza! Non è quello che chiediamo ai nostri studenti? Non chiediamo loro di studiare? E quindi di saper imparare? E poi perché la spaventa il fatto di imparare per tutta la vita? Non è un obiettivo auspicabile il fatto che i nostri studenti acquisiscano la capacità di continuare ad imparare, magari per prendere in mano l’opera di qualche grande scrittore, anche quando non saranno più a scuola? Questo è il senso del life long learning.

Sono stupito quando nel suo libro leggo parole ironiche del tipo: “apprendere cioè quella mirabile arte del saper apprendere all’infinito, non importa più cosa se non, appunto, l’arte dell’apprendimento in sé”[5].

Perché mai acquisire un buon metodo di studio dovrebbe precludere la possibilità di sapere cosa imparare?

Sempre nella  Raccomandazione del Parlamento Europeo del 18 dicembre 2006 si legge che per imparare ad imparare si intende «l’abilità di perseverare nell’apprendimento, di organizzare il proprio apprendimento anche mediante una gestione efficace del tempo e delle informazioni…»

Non è proprio questo che chiede ai suoi studenti? Non è proprio questo che denuncia come carente quando parla dei “nonstudianti”?

Penso quindi che dovremmo aiutare gli studenti a sviluppare competenze derivanti da solide conoscenze, mentre il nozionismo è considerato negativamente perché indica un’acquisizione  poco approfondita, quindi piuttosto superficiale, di nozioni. Quando parliamo di conoscenze immagino che anche lei intenda invece una comprensione profonda di ciò che studiamo. In questo caso potremmo porci il problema di cosa intendiamo per comprensione profonda e quali metodi esistono per arrivare a questo risultato.[6]

 Adolescenti e identità

Tornando alla questione dell’aiutare i ragazzi a  conoscersi meglio, per orientarsi nelle scelte che nella vita dovranno fare, vedo che lei si scandalizza nello scoprire che per loro (gli adolescenti) “è più importante affermare un’identità, e possibilmente anche un’appartenenza, che riconoscersi in un compito preciso, una funzione, un qualcosa da fare. L’importante è essere, non fare;”[7]

Grazie al cielo cercano una loro identità! Se non lo facessero sarebbe grave!

Tanto per citarne uno, Erickson ha spiegato come l’individuo nel corso della sua vita debba superare dei “compiti di sviluppo”. Nell’adolescenza tra questi compiti la definizione dell’identità è fondamentale! Se non si sviluppa un’identità la situazione dell’individuo rasenta la patologia. Ognuno di noi ha costruito la propria identità in particolare durante l’adolescenza.

Comunque, se l’importante per i giovani fosse “essere”, come lei scrive, avremmo una generazione ammirevole, purtroppo invece spesso sono concentrati sull’avere e l’apparire. E qui condivido le sue preoccupazioni, ma senza manicheismi: il fatto che una persona si occupi di curare il proprio aspetto non preclude le sue possibilità di occuparsi anche di altro. L’importante è che ciò non  occupi tutto il suo tempo.

In ogni caso non dimentichiamo che accanto ai giovani che si preoccupano principalmente del loro aspetto ce ne sono anche tanti che svolgono attività di volontariato o comunque si preoccupano di quello che può essere il loro ruolo nella comunità della quale fanno parte.

Per quanto riguarda il fare, penso che non sia una buona scelta quella di fare senza avere degli obiettivi, e senza un’etica, il fare fine a se stesso può produrre risultati nefasti.

Non condanniamo il fatto che i ragazzi siano alla ricerca di un’identità, anzi, aiutiamoli a farlo! Anche con ciò che insegniamo, anche con la letteratura! Aiutiamoli a costruire un’identità che consideri anche valori come il rispetto dei diritti umani e i principi costituzionali. In questo modo faremo incontrare i loro bisogni con il sapere, li aiuteremo a pensare a livelli più elevati e magari daremo un contributo per prevenire catastrofi sociali, storiche, politiche ed etiche come quelle dei totalitarismi del novecento.

 Soggezione o rispetto?

A questo proposito penso che il venir meno della “soggezione” e delle cattedre sopra lo scalino sia un bene, a differenza di ciò che lei scrive,[8] anche se sicuramente rende molto più difficile il lavoro degli insegnanti.

In passato qualunque cosa facesse l’insegnante andava bene, poteva anche essere un sadico o un incompetente, ma la paura faceva sì che gli studenti stessero zitti ed obbedissero. Dovevano comunque credere a ciò che diceva loro l’insegnante, obbedire e studiare.

Fuori dalla scuola diventava: credere, obbedire, combattere. Certo, perché l’assenza di pensiero critico conduce ad obbedire ciecamente. Obbedire quando il capo dice di andare in guerra, così come quando dice che il vicino di casa, in quanto ebreo o dissidente, va denunciato alla milizia.

Il lavoro degli insegnanti era certamente più facile, ma preferisco faticare tanto di più per insegnare ai miei allievi a pensare con la propria testa e sviluppare il  pensiero critico necessario per essere cittadini attivi di un paese democratico, piuttosto che avere la possibilità di imporre loro tutto ciò che voglio con la forza del potere, trasformandoli in sudditi sottomessi.

Ciò non deve significare mancanza di rispetto per il ruolo dell’insegnante. Cerco però di insegnare il rispetto con il rispetto. Il mio rispetto per gli studenti in quanto persone, il mio ascoltare profondo per capire quali sono i loro vissuti e i loro bisogni e riuscire così ad agganciarmi alle loro esperienze per realizzare azioni didattiche più efficaci. Per aiutarli a pensare a livello più elevato.

Detto ciò, l’insegnante per le sue competenze ed il suo ruolo va rispettato da parte di studenti e famiglie e soprattutto va a lui conferita la fiducia necessaria per svolgere bene il proprio lavoro. Non può essere contestato dalle famiglie se dà troppi compiti, se ne dà pochi, se dà note, se non ne dà, se adotta provvedimenti di sospensione, se non ne adotta.

Gli insegnanti devono mettersi in discussione, aggiornarsi, sviluppare le proprie competenze , collaborare e coordinare il proprio lavoro con i colleghi e capire quali sono i giusti carichi di lavoro da assegnare, compatibilmente con il fatto che gli allievi, per stare bene, e quindi anche studiare efficacemente, devono fare anche altro oltre ai compiti, ma le famiglie devono avere fiducia nel loro operato.

Se non mi fido di un medico non mi metto a discutere con lui su come deve fare il suo lavoro. Eventualmente cambio  medico.

Lo stesso dovrebbe avvenire a scuola, il luogo dove si cura quella malattia chiamata ignoranza. Se non mi piace come lavorano gli insegnanti di una scuola, come genitore devo avere la possibilità di dirlo, mantenendo un adeguato livello di rispetto per la professionalità dell’insegnante, dopo di che prendo atto delle spiegazioni che mi vengono fornite in considerazione della competenza e della professionalità di chi mi sta parlando, il quale dovrebbe parlare rispettando il genitore e i suoi dubbi e riconoscendo le sue competenze, quindi decido se fidarmi o se cambiare scuola.

 Professionalità degli insegnanti

Naturalmente questa professionalità deve esserci davvero, e consiste in competenza non solo disciplinare, ma anche in competenza didattica, organizzativa, relazionale e molto altro.

Laddove questa professionalità c’è in genere c’è anche il rispetto. E ci sono anche ragazzi che studiano, malgrado tutto, ma lo fanno quando capiscono perché è bene farlo e lo interiorizzano. Nasce in loro quella che viene chiamata la motivazione intrinseca. Quella che lei chiama «felicità mentale» «quello stato di grazia che ci prende quando arriviamo a essere padroni di un gioco complesso».[9] Ma tocca a noi insegnanti farli arrivare a questa “consapevolezza culturale” non possiamo aspettare che ci arrivino da soli grazie al retroterra culturale delle loro famiglie, altrimenti facciamo selezione di classe e non di merito. Come dicevano gli allievi di Barbiana insegneremmo solo ai figli dei laureati. Troppo facile così. La sfida per noi insegnanti è proprio quella di insegnare anche agli altri, ma per farlo occorrono i metodi che lei tanto vitupera, non bastano i contenuti.

Più avanti, parlando di Lettera ad una professoressa degli allievi di Don Milani, denuncia il fatto che non introdurre i ragazzi provenienti da ceti sociali svantaggiati ad una cultura diversa da quella delle loro famiglie è un danno per loro.[10]

Condivido pienamente questa opinione, ma il punto sta nel come farlo. Magari partire dal loro vissuto quotidiano per andare verso opere letterarie di grande valore può essere un modo. Mi viene in mente ad esempio il prof. Matteo De Benedettis e le sue lezioni sulla metrica tramite il rap.

La creatività può trovare molte strade senza nulla togliere al risultato finale di avvicinare gli studenti alle opere d’arte che consideriamo indispensabili per la loro crescita culturale.

Anche la loro propensione a privilegiare il pensiero non-proposizionale e la modalità percettivo-motoria, rispetto a quella simbolica-ricostruttiva, non sono necessariamente un ostacolo, se troviamo il modo di includere l’innovazione tecnologica nel nostro modo di fare scuola.

La generazione 2.0 è quella che non usa solo videogiochi, ma è “autore” sul web. Per leggere le pagine web e per scrivere sul web bisogna però prima di tutto, appunto, saper leggere e scrivere, se non ci si vuole limitare a scrivere, in modo sgrammaticato, pettegolezzi di vario genere. Ma questo possiamo ottenerlo se prospettiamo ai nostri studenti di studiare e faticare in prospettiva dell’acquisizione di competenze. Creando quindi un collegamento tra scuola e mondo esterno ad essa. Allora forse la scuola non risulterebbe più solo quella cosa obbligatoria e noiosa dove l’obiettivo è sopravvivere in qualche modo alle verifiche e alle interrogazioni, piuttosto che imparare. La scuola sarebbe connessa con la realtà e sarebbero così condivisibili con altri le conoscenze e le competenze apprese. Se ciò che si studia a scuola non si ferma dentro la scuola, non serve solo a superare l’interrogazione, ma trova un riscontro in altri ambiti sociali, forse il desiderio di studiare sarebbe più diffuso. D’altronde anche lei afferma che «c’è un secondo tempo in cui tutto ciò che, leggendo e studiando, è maturato nella solitudine, viene messo in circolo, usato con e per gli altri.» Perché questo secondo tempo non possiamo farlo vivere già a scuola, facendo attività in gruppi di studio cooperativi e cercando di costruire competenze invece di occuparci solo di contenuti? Il primo tempo, lo studio in solitudine per acquisire conoscenze, prima o poi deve esserci, ma se non ci limitiamo a questo probabilmente avremo qualche studente “studiante” in più.

Lei forse dirà che a tanti studenti manca comunque la voglia di faticare per raggiungere dei risultati. Sono d’accordo sul fatto che questo è un problema serio, da decadenza dell’impero e qui sicuramente bisogna essere più seri e severi. Dopo però essere stati seri e severi con noi stessi: abbiamo fatto di tutto per migliorare la nostra professionalità e l’efficacia del nostro lavoro? Siamo ben preparati nella nostra materia? (Non a caso lo metto al primo posto) Abbiamo imparato e utilizzato diversi metodi di gestione della classe e di insegnamento/apprendimento? Abbiamo cercato di migliorare le nostre competenze relazionali? Abbiamo dato ai nostri studenti un modello di persona che studia e si impegna per migliorare?

Bene a questo punto tocca a loro, gli studenti.

 Che fare con i “nonstudianti”?

Il nostro impegno come insegnanti è condizione assolutamente necessaria, ma non sufficiente. L’impegno degli studenti è altrettanto indispensabile.

Che fare se malgrado tutti i nostri sforzi questo impegno non c’è?

Alle superiori se lo studente non studia, perché è comodo fare lo scansafatiche: non si può andare avanti. Se non piace ciò che si studia è bene cambiare progetto di vita. Scegliere un’altra scuola o un mestiere deve essere contemplato e, come giustamente sostiene, ogni lavoro ha una sua dignità, quindi non bisogna considerare una sconfitta il fatto di decidere di fare un lavoro artigianale piuttosto che laurearsi. Ognuno ha un suo percorso di realizzazione che può declinarsi in molti modi.

L’importante è che ognuno abbia delle basi comuni, qualunque cosa vada a fare nella vita: «Certo, personalmente a me piacerebbe un sacco che un fabbro conoscesse il concetto di amor de lonh: secondo me gli verrebbero meglio i cancelli … non riesco a togliermi dalla testa il modello Michelangelo, e l’esempio degli artisti del Cinquecento a bottega: molti erano anche letterati e poeti, …»[11]  Quindi è bene che fino ad una certa età ci sia una formazione in comune.

Negli ordini di scuola precedenti credo però che dovremmo rivedere radicalmente la questione bocciature, come hanno fatto in vari paesi europei, recentemente in Austria: sono state abolite.

Non dico questo perché penso che occorra essere meno severi, anzi, lo dico perché la bocciatura è inefficace e spesso inapplicabile. Non è infatti possibile bocciare tutti coloro che non studiano o si comportano male, altrimenti avremmo le classi prime nelle scuole medie piene di quindicenni che fanno i bulli con i ragazzini di undici anni ed impediscono di fare lezione.

Inoltre penso che frequentare un anno di scuola in più non debba essere considerata una punizione. La scuola non deve essere considerata una prigione dove si passano più anni se la colpa è più grave! Altrimenti per forza che gli studenti fanno di tutto per evitarla e cercano di  studiare il meno possibile!

La scuola deve essere considerata un servizio e frequentarla un anno in più deve essere considerato un servizio aggiuntivo che questa istituzione può “concedere”, a sua discrezione, su richiesta delle famiglie e degli studenti. A patto che ci sia l’impegno ed il rispetto necessario.

Al posto della bocciatura inserirei però una vera certificazione delle competenze (non l’attuale compilazione frettolosa di un modulo inutile) con valore legale: se al termine della scuola dell’obbligo (quindi gli attuali 16 anni) non hai una certificazione almeno sufficiente delle tue competenze, non solo non dovresti poterti iscrivere alle scuole superiori e a corsi di formazione professionale, ma neanche accedere a percorsi di apprendistato  così come ai corsi per il conseguimento della patente di guida, neanche quella del motorino.

Se questa certificazione fosse prodotta in maniera molto seria potrebbe inoltre essere un riferimento utile  per i datori di lavoro, molto più di quanto oggi non siano i voti di uscita da scuola. Dovrebbe comunque essere richiesta dai Centri per l’Impiego per indirizzare chi cerca lavoro ai datori di lavoro.

Al termine dalla scuola dell’obbligo si rilascerebbe quindi un attestato di frequenza uguale per tutti ed una certificazione delle competenze che stabilisca che cosa sai e cosa sai fare. Non i semplici voti di una pagella, ma una descrizione ben più chiara.

Credo che sarebbe molto più coerente e più severo. Coerente perché lo studente rimarrebbe a scuola per  raggiungere il livello di competenze richiesto e non perché il consiglio di classe decide una volta che serve e un’altra volta che servirebbe ma è meglio evitarlo per non rovinare la classe che lo riceve. Severo perché per certi allievi la bocciatura non è affatto un problema, anzi. Raccontare quante volte si è stati sospesi e bocciati è per alcuni ragazzi motivo di vanto. Non poter prendere la patente o accedere a dei posti di lavoro è invece un problema serio per tutti.

Questa severità con gli studenti però, ribadisco, può esserci solo nel momento in cui, come insegnanti, abbiamo dimostrato un alto livello di professionalità aggiornandoci, programmando adeguatamente e considerando diverse metodologie didattiche; e può esserci quando l’istituzione scuola dispone di risorse idonee a mettere in atto tutti gli interventi necessari per migliorare le condizioni di apprendimento: dalla manutenzione delle scuole affinché non piova dentro e i soffitti non cadano, alla formazione degli insegnanti anche dal punto di vista metodologico, ad attività di tutoring.

In questo momento, in cui la scuola è deprivata, sia dal punto di vista delle risorse economiche che dal punto di vista della progettualità di vere riforme rivolte al miglioramento della qualità, è tutto più o meno fermo o comunque avanza con fatica, grazie all’investimento, in termini di energie gratuite, da parte di quegli insegnanti che non si arrendono all’idea di considerare il proprio lavoro una routine scoraggiante, ma vogliono che sia una continua ricerca ed un continuo apprendere, per sé e per gli allievi.

 Metodologie innovative

Le parole “metodologie didattiche” sono altre parole, come competenze, da lei poco apprezzate, ma attribuire la colpa dell’insuccesso della scuola italiana a Don Milani e a Gianni Rodari o comunque ai metodi innovativi, appare alquanto improbabile, alla luce dei dati forniti dalla terza indagine dell’Istituto IARD: il 72,5% degli insegnanti nella scuola primaria e il 74,2% nella secondaria di primo grado utilizza la lezione frontale trasmissiva, mentre solo il 37,5% e il 19,1% rispettivamente utilizzano metodi di didattica attiva. L’apprendimento cooperativo è utilizzato dal 17,6% degli insegnanti della scuola primaria e dal 13,9 della scuola secondaria di primo grado.[12]

La modalità di conduzione delle lezioni prevalente è, quindi, a tutt’oggi, quella frontale trasmissiva. Sorge allora spontaneo il dubbio: sono i metodi innovativi o è proprio questa modalità tradizionale che non funziona più? Forse non dobbiamo tornare a fare le aste, ma piuttosto provare metodi diversi a seconda della classe e dei singoli allievi. Soprattutto considerando il fatto che le ricerche internazionali documentano risultati positivi dal punto di vista degli apprendimenti[13] dove ciò avviene e le esperienze degli insegnanti più impegnati a cercare di migliorare la qualità del proprio lavoro lo confermano.[14]

Se utilizziamo un solo metodo di lavoro e non funziona non possiamo concludere, senza provare altri metodi di lavoro, che la colpa è degli studenti che non hanno voglia di studiare. In un qualunque luogo di lavoro se c’è una difficoltà da superare e non si riesce in un determinato modo si prova un altro metodo. Mi pare peraltro un’ovvietà, purtroppo spesso ignorata nella scuola italiana.

 Incompetenza

Lei denuncia Il trionfo dell’incompetenza[15] cioè il fatto che oggi chiunque si sente autorizzato a parlare di materie sulle quali non ha autorevolezza.

In parte è vero, ma purtroppo dobbiamo constatare che anche in ambito pedagogico succede questo. Non è sufficiente essere insegnanti per avere autorevolezza nel parlare di pedagogia, se non cerchiamo di sviluppare la competenza didattica e psicopedagogica attraverso un continuo aggiornamento. Aggiornamento richiesto peraltro da ogni professione intellettuale.

É vero anche ciò che dice in merito al fatto che si manca di rispetto nei confronti di chi ha competenze adeguate. Infatti si fanno riforme della scuola affidandone l’organizzazione a esperti di vari settori, trascurando quello pedagogico, così come si intervistano persone note per svariate ragioni sui temi della scuola, invece di consultare docenti universitari di pedagogia che sviluppano ricerche sul campo e insegnanti impegnati nell’ambito dello studio e della ricerca di metodologie innovative per superare le difficoltà esistenti nella scuola italiana.

Il rischio così è quello di dire cose le cui conseguenze possono essere devastanti per la scuola e, conseguentemente, per l’intera società.

 Competenze di cittadinanza

A questo proposito ritorniamo all’idea del fare che lei sostiene debba prevalere sull’essere e sulla ricerca dell’identità. Quando nella terza parte del libro indica la necessità di avere tre tipi di scuola sostiene che solo nella scuola della comunicazione ci si deve occupare di imparare ad imparare, socializzazione, lavori di gruppo, cooperazione, cittadinanza, Costituzione…

Quindi solo alcuni ragazzi dovrebbero imparare queste cose e costruire la propria identità anche grazie ad esse? I più studiosi, oppure chi va a fare lavori pratici non deve sapere nulla di cittadinanza e Costituzione? Non deve sviluppare abilità sociali? Non deve saper lavorare in gruppo? Come se a livello di classe dirigente o di operai specializzati si lavorasse solo isolati e non si dovesse mai collaborare con altre persone! E come se a livello di classe dirigente o di operai specializzati si dovessero possedere solo abilità tecnico-professionali e non le capacità necessarie per essere dei cittadini in grado di far parte di una comunità, rispettandone la Costituzione, e in grado di riconoscere e rispettare i diritti fondamentali dell’uomo!

A questo punto le sue affermazioni non sono più solo sconcertanti, ma decisamente inquietanti.

Libertà di scelta auspicata ma poi negata

Se poi il considerare superflue le competenze sociali e di cittadinanza viene associato alla sua idea di far decidere a insegnanti e genitori quale tipo di scuola devono scegliere i bambini già a sei anni di età, condannando i bambini a vivere secondo le decisioni dei genitori e a fare la stessa vita dei genitori senza alcuna possibilità di mobilità sociale, lo scenario è degno delle peggiori distopie!

Entrando peraltro in contraddizione con tutto quello che altrove nel libro dice sull’importanza della libertà di scegliere di studiare o di fare lavori pratici altrettanto nobili.

Parla di fuga verso la libertà[16] però afferma anche che “È necessario che si mettano [le famiglie] in osservazione, che «osservino» di più: soprattutto i figli, ma anche se stesse!, e da lì facciano conseguire, responsabilmente, le loro scelte scolastiche, le quali non possono in alcun modo essere casuali, e meno che mai opposte o in contraddizione con lo «stile famigliare».”[17]  Insomma gli individui devono essere liberi o devono essere condizionati già nella prima infanzia dalle scelte di genitori e insegnanti? Mi pare che nello stesso libro sostenga entrambi le tesi. Potremmo tornare, a questo punto, ai matrimoni combinati dalle famiglie!

Tutto ciò è pericoloso perché, oltre a prospettare le peggiori distopie, rievoca le aspirazioni dei totalitarismi relative al controllo totale sulla vita degli individui. Dopo la scelta della tipologia di scuola, condizionante tutta la vita, già all’età di sei anni manca solo più la scelta in provetta de Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley!

Già all’inizio di questa lettera parlavo della necessità di aiutare i ragazzi a costruirsi un’identità, che consideri anche valori come il rispetto dei diritti umani e i principi costituzionali, per contribuire a prevenire catastrofi sociali, storiche, politiche ed etiche.

Per capire meglio questa affermazione può essere utile ricordare questa lettera:

Diffido dell’istruzione.

Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università.
Diffido – quindi – dell’istruzione.
La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.

La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani.[18]

 Conclusioni

Insegnare a socializzare, a cooperare, a rispettare i diritti umani e i principi costituzionali non sono giochetti da bambini riservati a chi non ha voglia di studiare o di lavorare.

Sono il fondamento della convivenza civile e democratica.

Sono i valori fondanti di un’esistenza umana degna di tale nome.

Fare gli insegnanti significa aiutare i nostri allievi a costruire progetti di vita che  includano questi valori e che permettano l’inclusione di tutti, nessuno escluso, perché l’inclusione non è la negazione delle differenze, come lei sostiene[19], anzi, è proprio la valorizzazione delle diverse abilità di ognuno.

Claudio Berretta, insegnante di sostegno specializzato dal 1992, Master “Esperto nei processi educativi in adolescenza. Gestione delle difficoltà di relazione, di integrazione culturale e di apprendimento”, consulente nell’ambito delle necessità educative speciali per l’Ufficio Scolastico Provinciale di Torino, facilitatore per l’applicazione del Cooperative Learning, docente in corsi di formazione per insegnanti e coordinatore di progetti per il contrasto al disagio e alla dispersione scolastica per il Centro Servizi Didattici della Provincia di Torino, autore del libro Professore…lei è felice?, Aracne Editrice, Roma, 2011.


[1]     Berretta C., ”Lettera ad una collega”, École, 15 gennaio 2011  file:///D:/Documenti%20Claudio/Scuola/ARTICOLI/Ecole%20Lettera%20ad%20una%20collega%20%C2%AB%20Scuola%20attiva.html

[2]     Mastrocola P., La scuola raccontata al mio cane, Parma, Guanda, 2004.

[3]     Mastrocola P.,  Togliamo il disturbo, Parma, Guanda, 2011.

[4]     Ibidem p. 107.

[5]     Ibidem p. 139

[6]     A questo scopo può essere utile la lettura di Wiggings G., Mc Tighe J., Fare progettazione, LAS, Roma, 2004.

[7]    Mastrocola P.,  Togliamo il disturbo, p. 50.

[8]    Ibidem p. 96.

[9]    Ibidem p. 53.

[10]  Ibidem p. 110 e115.

[11]    Ibidem p. 216.

[12]    Cavalli A., Argentin G., Gli insegnanti italiani: come cambia il modo di fare scuola, Terza indagine dell’Istituto IARD, Bologna, Il Mulino, 2010.

[13]    Comoglio M.,  Insegnare e apprendere in gruppo, Roma, LAS,  1996, p. 341-444.

[14]    Tra i tanti esempi il volume prodotto dal GIS (Gruppo per l’Innovazione della Scuola) presso il CESEDI (Centro Servizi Didattici) della Provincia di Torino: A. V., Formare per innovare. Il cooperative learning in provincia di Torino, Provincia di Torino, 2010. Qui si trovano, tra l’altro, anche attività in apprendimento cooperativo rivolte al superamento di difficoltà ortografiche: p. 151. Adottare metodi innovativi non implica rinunciare ad apprendimenti tradizionali, anzi, spesso significa cercare di realizzarli meglio.

[15]   Mastrocola P., Togliamo il disturbo, nel capitolo “Il trionfo dell’incompetenza” , p. 98.

[16]    Ibidem p. 264.

[17]    Ibidem p. 256.

[18]    Lettera – riportata da Anniek Cojean sul giornale Le Monde il 29 aprile 1995 – che veniva inviata da un preside americano ai suoi insegnanti all’inizio di ogni anno scolastico.

[19]    Mastrocola P., Togliamo il disturbo, p. 95

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