Un po’ di silenzio e di vuoto intorno ai bambini, per favore

maggio 6, 2011 § Lascia un commento

 franco lorenzoni

Il teatro con l’infanzia come luogo di ricerca e di ascolto reciproco. Si è detto che il teatro ha le sue origini nel rito e nei racconti. Ma un’altra sorgente del teatro si trova certamente nei giochi che i bambini praticano fin dalla primissima infanzia. I bambini giocano spontaneamente al gioco del teatro e si immedesimano in oggetti e animali e personaggi prima ancora di imparare a parlare, prima di giocare con la lingua ed entrare in contatto con quell’elemento particolarissimo e propriamente umano, che sta nell’associare azioni e cose a dei suoni.

Prima, appunto, c’è l’associazione tra gesti e cose, tra facce e sentimenti, tra movimenti e senso.

Il linguaggio è il terreno obbligato perché i cuccioli dell’uomo riescano ad  entrare nel mondo degli adulti, staccandosi piano piano, con dolore, dalla pienezza di un presente senza confini. Il viaggio per andare lontano nel tempo e nello spazio inizia con il dare nomi a cose, azioni e sensazioni, che d’ora in avanti costruiranno il mondo parallelo del linguaggio.

Ma questa esperienza del nominare in modo univoco le cose deve essere così sconvolgente, che i bambini piccoli sentono il bisogno di affiancare qualcos’altro che abbia una sostanza più concreta. È’ allora che cominciano a trattare in modo originale e apparentemente assurdo spazi, oggetti e persone, facendoli divenire elementi del loro teatro immaginario. 

Io credo che questo gioco – forse il gioco più antico – c’entri col fatto che i bambini non sono mai adatti allo stare dove sono capitati, dove sono caduti, precipitati. I bambini si devono sempre adattare.

Nessuna bambina o bambino ha scelto i suoi genitori né la casa, la città, il paese e forse il pianeta dove la loro vita ha attecchito. Ho la sensazione che è da questo lungo e difficile processo di adattamento che nasce il teatro: dal nostro non essere adatti ai luoghi in cui ci troviamo, e dalla necessità fisica di fantasticare altri spazi.

In questo fantasticare, fatto innanzitutto con il corpo, sta la radice più antica del nostro creare mondi. E questa credo sia una sorgente creativa primaria, potenzialmente illimitata, che nasce quando siamo molto piccoli e che poi cerchiamo tutta la vita di ritrovare, perché è una sorgente profonda ed essenziale.

Una sorgente spesso legata a grandi sofferenze, perché non essere adatti a un luogo o a dei rapporti genera dolore, disagio, e naturalmente anche gioia e appagamento, quando ci si ritrova, si riconosce e si è riconosciuti.

Ora, perché si compia tutto ciò i bambini hanno bisogno di spazio, di silenzio, di vuoto.

Se dovessi dire qualcosa ai genitori, e a me per primo, il consiglio che darei sta nel sottrarre spettatori ai bambini, regalando loro momenti di solitudine.

Molti bambini piccoli, oggi, sono costantemente circondati e osservati in ogni loro fare. Hanno spettatori permanenti che li incitano, li eccitano, li fotografano, li filmano, visto che ormai basta un telefonino per filmare ogni istante della vita.

Il bambino diventa così oggetto di apprensione continua e di un’attenzione micromediatica quotidiana i cui eccessi, a mio avviso, fanno male.

Come l’essere circondati da troppi oggetti non aiuta, perché per avere un rapporto libero e creativo con le cose c’è bisogno di spazio e di vuoto, di questo vuoto c’è ancor più bisogno nello sviluppo delle relazioni affettive primarie, che sono tanto più ricche quanto più si fondano sul semplice e diretto corpo a corpo.

Questo corpo a corpo è il primo teatro dei sensi, che nasce necessariamente dal senso più antico, che è il senso del tatto. È’ li che si gioca tanta parte del nostro sentirci o non sentirci accolti, cioè odorati e toccati ancor prima che ascoltati. E’ lì che il processo di adattamento cerca il primo calore, nel corpo materno.

Eppure, insieme al contatto più intimo, penso che i bambini, fin dalla prima infanzia, abbiano bisogno anche di un po’ di silenzio e solitudine.

Si tratta dunque di sottrarre spettatori e sottrarre eccessiva compagnia.

I bambini, per incontrare momenti di intimità e autenticità devono poter giocare liberamente con spazi ed oggetti, fantasticare e sentirsi liberi di creare mondi. Ma per fare tutto ciò devono avere la possibilità di restare almeno un po’ di tempo da soli. Naturalmente ogni bambino è diverso e ci sarà colui che ha bisogno di continue conferme, raccontando ciò che ha immaginato o trovato alla mamma, all’amico, al fratello o al papà. Ma per cercare, per creare, c’è bisogno del silenzio che precede la parola.

E poiché la prima infanzia si trova oggi a vivere immersa in un mondo di audiovisivi e protesi elettroniche sempre accese, spesso i bambini sono storditi e gli è impedito di vivere esperienze che poi non incontreranno più.

 

 Despettacolarizzare l’infanzia

 Come genitori, insegnanti od operatori dovremmo provare a darci come regola aurea quella di despettacolarizzare le scoperte dell’infanzia. Quando una bambina o un bambino scopre qualcosa deve potere avere la possibilità di tenere per sé la sua scoperta a lungo, anche per anni, mantenendo il segreto. Il ragazzo che visse sugli alberi, raccontato da Italo Calvino, quando da bambino rivelò il segreto di una sua impresa, comprese subito che, nel momento in cui l’aveva rivelato, non valeva più nulla.

Ho la sensazione che noi adulti, quando ci occupiamo dei bambini piccoli, ci comportiamo un po’ come gli occidentali che si occupano del sud del mondo. Anche se lo facciamo con le migliori intenzioni, come arriviamo sul posto la nostra sola presenza modifica ogni cosa, per il solo fatto che siamo arrivati. Il semplice fatto che siamo lì altera modi di vita e relazioni. Tutto ciò a volte è giustificato, e può essere anche giusto e necessario di fronte a violenze e violazioni di diritti fondamentali, ma è comunque e sempre un’intromissione forzata, spesso violenta, in un altro mondo. E questo, spesso, lo dimentichiamo.

Con i bambini uguale. Noi abbiamo il diritto e molte volte il dovere di intervenire, assumendoci le nostre responsabilità di adulti. Ma ricordiamoci sempre che la nostra presenza altera sempre le cose e bambine e bambini hanno il diritto di sperimentare i loro rapporti reciproci e i loro rapporti con il mondo anche da soli.

Penso allora che bisogna stare molto attenti, perché spesso noi pensiamo di fare delle cose per i bambini senza accorgerci quanto i bambini possano soffrire di questa nostra presenza che, con il crescere della percentuale dei figli unici, si fa sempre più invadente.

Ci scordiamo spesso, tra l’altro, che l’invenzione dell’infanzia è cosa relativamente recente (poco più di un paio di secoli) e che per millenni le cose non sono andate così… E poi credo, sinceramente, che “dei bambini non sappiamo niente”, come recitava il titolo di un bel libro di Simona Vinci perché, come tutti gli antropologi, sappiamo ben poco di come vanno davvero le cose in nostra assenza.

 

Scuola attiva e momenti di passività necessari

Dobbiamo allora osare mettere radicalmente in causa il nostro ruolo e provare a lavorare per sottrazione.

Personalmente mi sento parte della scuola attiva, perché è nel Movimento di Cooperazione Educativa che mi sono formato come insegnante. Ma la scuola attiva è nata nel momento in cui nasceva la scuola di massa, cioè arrivavano all’istruzione i figli degli operai e dei contadini, in gran parte analfabeti: milioni di bambini in tutta Europa, le cui famiglie non avevano mai frequentato la scuola o erano state costrette a frequentare solo le prime classi.

L’idea della scuola attiva partiva dunque dalla necessità di coinvolgere tutti e, per realizzare questa forma elementare di democrazia, che consiste nel rendere fruibile a tutti il sapere a partire dalla lingua orale e scritta, bisognava rompere ogni forma di passività. Pensiamo solo all’idea geniale di Celestin Freinet che, nel sud della Francia, insegnava la lingua facendo stampare ai bambini i loro primi scritti. L’idea che il figlio di un analfabeta stampi un suo libro a sei anni era rivoluzionaria perché rompeva, simbolicamente e concretamente, ogni gerarchia del sapere.

Tutti avevano diritto, per Freinet, non solo ad imparare a scrivere, ma a stampare e produrre propri libri. Così quel libro, che suo padre non aveva mai posseduto né letto in vita sua, il figlio lo componeva e lo stampava nella scuola-tipografia fin dal primo anno di scuola, imparando insieme la scrittura e la composizione tipografica.

Questa, per me, è stata sempre la più bella immagine della scuola attiva. Attiva perché capace, nelle sue migliori espressioni, di rendere protagoniste della loro liberazione classi sociali prima completamente escluse dal sapere, a partire dall’educazione dei bambini.

Ma adesso che in Europa ogni cosa è cambiata, forse dovremmo cominciare ad immaginare una scuola capace anche di proporre momenti di passività, perché la maggioranza dei bambini sono circondati da troppi oggetti e troppe proposte, che lasciano a loro stessi ben poco tempo. Adesso che il troppo prevale in ogni campo, da educatori dovremmo cominciare a ragionare sul concetto di passività proposto da Jerzy Grotowski, quando diceva: “passivi nell’azione e attivi nello sguardo”.

Viviamo un tempo in cui i bambini sono iperstimolati e si pretende da loro tantissimo. Nel nostro paese, poi, i bambini sono pochissimi, una assoluta minoranza della popolazione in un mondo dominato da adulti ed anziani. In famiglia ogni bambino vive sotto il peso delle aspettative dei genitori (talvolta più di due nelle famiglie allargate), di molti nonni e anche di qualche bisnonno, con l’allungamento dell’età. Inoltre spesso il figlio è unico… una fatica pazzesca!

Una buona educazione dovrebbe sempre, secondo me, saper reagire alle deformazioni del proprio tempo e allora, in un mondo stracolmo di merci, pubblicità, stimoli audiovisivi e modelli di comportamento che puntano sempre e solo alla quantità (quantità di oggetti e quantità di amici su face book) dovremmo cominciare a privilegiare la sottrazione, per creare spazi liberi per il gioco e l’immaginazione.

Naturalmente ci sono pratiche della scuola attiva che sono ancora attuali e di grande valore, perché è importante che i bambini siano stimolati in modo intelligente riguardo al conoscere e ad aprirsi al mondo ed agli altri. Però penso che ci sia anche un altro aspetto a cui è importante prestare attenzione e cura nella scuola (quando ce la si fa), in altri luoghi educativi (quando ci sono) e in famiglia… Riguarda tutte quelle sottrazioni necessarie per restituire un po’ di libertà ai bambini.

Guardare a lungo silenziosamente lo scorrere delle nuvole nel cielo o attendere giorno dopo giorno il sorgere della luna son cose che si possono fare anche in città. Per osservare il lento crescere di una pianta che si è piantata basta un giardinetto e persino un vaso. Sono gesti elementari che richiedono una concentrazione e una attenzione passiva, che possono insegnarci ad essere recettivi. Recettivi verso la natura ed il cosmo, ma anche verso gli altri, perché non c’è ascolto che non passi per una relazione con l’attesa silenziosa.

 Onnipresenti modelli e grandi fratelli

 È a questo punto che il teatro può arrivare come luogo di libertà.

Quest’anno ho insegnato in una prima elementare e c’era un bambino molto simpatico e vivace che un giorno, in classe, ha raccontato: “io vado a dormire sempre alle nove la sera tranne il mercoledì, che dormo il pomeriggio così poi posso vedere  “Amici” in tv fino a mezzanotte.

Lorenzo ha 6 anni e un giorno alla settimana va a dormire al pomeriggio per potere trascorrere alcune ore, alla sera, con Maria De Filippi. Ogni epoca ha come riferimento educativo la sua Maria. Alcuni ebbero la fortuna di avere Maria Montessori, a noi è capitata Maria De Filippi…

In un’altra scuola mi hanno raccontato che una giovane maestra, ancora supplente, al pomeriggio faceva giocare bambine e bambini di sei anni ai tronisti. Io non sapevo cosa fossero i tronisti, poi ho scoperto che, nella trasmissione Uomini e Donne, condotta sempre dall’ineguagliabile De Filippi, ragazzi e ragazze si mettono in mostra e vengono pubblicamente giudicati in base al loro aspetto e ai loro atteggiamenti.

Così in una classe elementare, con la scusa che a quell’ora i bambini sono stanchi, si propone loro di giocare a questo orribile gioco. Questa proposta mi sembra tremenda e per fortuna, in quel caso, le mamme di alcune bambine hanno reagito, opponendosi con decisione a che, nella scuola, venisse proposto un modello di questo genere alle loro figlie.

Un’altra maestra di cui ho saputo riceve a ricreazione un bambino per volta dietro la lavagna, perché lì c’è il confessionale, come nel Grande Fratello. Quando un bambino lo desidera può andare dietro la lavagna e lamentarsi dei compagni o raccontare i suoi problemi alla maestra-conduttrice.

Anni fa, ai tempi del primo reality condotto da Daria Bignardi, mi ero molto stupito perché i bambini della mia quarta elementare, durante la ricreazione, giocavano sempre al Grande Fratello.

La mia prima reazione fu di scandalo. Poi mi sono messo silenziosamente ad osservare le dinamiche che prendevano vita in questo gioco. La prima della classe, un po’ saccente e non troppo amata, interpretava Daria Bignardi (si era dunque ritagliata una parte fuori dal giudizio), il ragazzino che aveva più problemi, per sfuggire alle comparazioni si era messo a fare il cane. Tutti gli altri erano gli abitanti della casa. Ogni giorno che passava osservavo il loro gioco sempre più colpito e amareggiato, pensando che la mia azione pedagogica era fallita clamorosamente. Poi un giorno, tornando a casa, mentre pensavo e ripensavo a questo loro gioco e aumentava in me lo sconforto, mi sono domandato che cosa del Grande Fratello attraesse così tanto i bambini.

Se ci riflettiamo, il Grande Fratello mette in scena in modo esemplare, semplice e diretto una paura che tutti i bambini (e tutti gli adulti) hanno: la paura di essere esclusi.

In qualsiasi dinamica e in ogni gioco giochi un gruppo c’è sempre un momento critico in cui ci si guarda intorno e, più o meno apertamente, ciascuno si domanda: “chi vorrà giocare con me?” Se bisogna formare delle coppie e si è in numero dispari chi resterà da solo? Spesso sono sempre gli stessi che non vengono scelti ma comunque, quasi tutti, vivono la paura di essere esclusi. Sfuggire all’esclusione da parte degli altri è un tema cardine nell’infanzia, e credo non solo nell’infanzia, perché l’esclusione è la sofferenza più grande che possiamo provare.

Ricordo le parole che mi disse anni fa un amico che lavorava all’Unicef in Guatemala: «il problema qui non è la povertà, perché per millenni si è vissuti nella povertà, ma la discriminazione». Ciò che fa soffrire di più sta nell’essere discriminati, e allora questa messa in scena continua dell’essere o del non essere esclusi, parla profondamente ai bambini.

Tra l’altro sono convinto che non sia un caso che la moltiplicazione dei reality in tutto il mondo avvenga nell’epoca della massima diffusione del lavoro precario. Il crudele gioco della torre, nella vita, ormai riguarda tutti perché nel lavoro sono sempre di più quelli che rischiano di essere nominati e poi cacciati.

 

Dal cerchio narrativo al teatro

Il problema è come parlare di altro, come pensare ad altro e, prima ancora, come comportarci in altro modo e offrire altri esempi.

Il mondo dei media, che sembra l’unico mondo reale, sommerge letteralmente bambini e ragazzi fin dalla prima infanzia nel gioco della guerra di tutti contro tutti: il paradigma esistenziale proposto si fonda sul motto “o io o te”. E allora mi chiedo: quali strumenti abbiamo per costruire insieme ai bambini altri immaginari? Quali sono i contesti e i luoghi in cui sperimentare che le cose si possono fare insieme, che c’è posto per tutti, che si può costruire una dinamica collettiva per dare senso a ciò che si fa?

La battaglia è dura, difficile, ma credo che il teatro offra molte opportunità, più di ogni altra forma d’arte.

Nella mia esperienza con i bambini a scuola, il teatro è la prosecuzione naturale del cerchio narrativo, di quel tempo in cui si parla e si discute in libertà di qualsiasi cosa.

Piano piano, mese dopo mese, con grande fatica a volte, aiutati dal ritmo di un rito che si ripete e che acquista senso e si consolida nel tempo, si arriva a momenti in cui davvero, insieme, sentiamo che le parole di tutti sono importanti, che ogni idea ha una sua ragione e dignità, che ci si può ascoltare mettendo da parte (almeno provvisoriamente) il giudizio.

Questa credo sia la base di ogni buona pedagogia.

Il passaggio da questo momento, in cui si dà valore al pensiero di ciascuno, a quello in cui ci si mette tutti insieme in gioco per uno spettacolo, anche per un piccolo spettacolo costruito insieme ai bambini, sta nel ritmo.

Come arriva il teatro entra in gioco il ritmo, e questo è importantissimo.

C’è una bella frase, nell’autobiografia di Peter Brook, in cui racconta che lui a scuola non ha imparato quasi niente, ma un giorno un professore, mentre «stava chiacchierando, all’improvviso si girò verso di me e mi chiese: “Perché il fattore comune di tutte le arti è il ritmo?». Ora mi rendo conto che, delle migliaia di parole di critica, esortazione e indirizzo morale pronunciate dai miei insegnanti, riesco a ricordare soltanto questa piccola frase. È un quesito che ancora mi dà filo da torcere e se questo è tutto ciò che mi hanno lasciato le tante scuole che ho frequentato, allora sono stato ben ripagato”.

Perché il ritmo è così importante nel fare teatro con i bambini? Perché nell’educazione all’ascolto, che sta alla base dell’educazione in cui credo, quando entra in ballo il ritmo, questo ci costringe a confrontarci con un altro livello di attenzione.

Quando si prepara uno spettacolo con i bambini è evidente che il gioco sta nella sincronia, nel dire la cosa giusta in un momento preciso, nell’arrivare in quel punto dello spazio sentendo la presenza degli altri. È una grandissima educazione allo spazio, ma non solo allo spazio, anche al vuoto (e forse al mistero) che circonda le cose e le relazioni.

E poiché chi lavora in educazione, a differenza di chi lavora nell’arte, ha il dovere di trovare spazio per tutti, accadono cose interessanti. Ricordo ad esempio uno spettacolo dedicato al dio Giove, in cui la mia compagna Roberta Passoni pensò di far fare a una bambina della sua classe, gravemente disabile, la parte della capretta che dava il latte a Giove neonato. L’energia e l’allegria che mise Valentina in quel suo camminare sghembo diede un ritmo a tutta la scena, che coinvolse profondamente gli altri bambini e, poi, gli spettatori.

È interessante notare che in quel caso si sciolse completamente l’atteggiamento incerto e impacciato, misto di condiscendenza e pietà, con cui spesso guardiamo i disabili a teatro. In quel caso era il ritmo irriducibilmente diverso di Valentina che parlava…

Non è certamente un caso che in tante lingue europee, le parole spielen, play o jouer non vogliano dire solo recitare e giocare, ma anche suonare. Queste parole, nell’indicare azioni diverse, nascondono il segreto di quella comunanza e mi sono fatto l’idea che sono nate osservando ciò che fanno i bambini perché loro, più di ogni altro, hanno il dono di intrecciare queste tre azioni con una continuità tutta loro.

Bambini ed artisti hanno molto da dirsi. Per questo noi educatori abbiamo sempre cose da imparare dall’arte così come gli artisti credo abbiano molto da rubare al mondo dei bambini. Una cosa accomuna profondamente artisti e bambini, infatti, perché entrambi fanno cose inutili o, per meglio dire, cose molto lontane dall’idea corrente di utilità.

Nel dono di questa lontananza, che è anche una lontananza da come va il mondo, possiamo trovare elementi preziosi che ci aiutano a vivere più intensamente, forse anche più degnamente.

Un bambino che gioca, quando gioca davvero, spreca sempre enormi energie così come un artista, quando si dedica alla sua opera, non può mai risparmiarsi.

Ricordo Eduardo De Filippo che una volta, durante una sua lezione, disse: «Fare il teatro è molto faticoso: viaggi in continuazione, vivi mesi lontano, non hai una casa, ti ci devi dedicare totalmente, ma… sempre meglio che lavorare!».

Ecco, la distanza dal lavoro inteso come tempo legato al guadagno e a uno scopo immediato è qualcosa che accomuna l’arte e l’infanzia.

Però bisogna stare attenti. Io non penso affatto che i bambini siano dei piccoli artisti, assolutamente. Penso al contrario che il teatro che si fa con i bambini sia un’attività sostanzialmente artigiana, che è bene si tenga lontano dalle pretese artistiche (magari frustrate) di qualche insegnate od operatore che si sogna regista.

E poi non credo affatto all’arte-terapia, oggi tanto di moda, perché l’arte quasi sempre fa male, perché si oppone e insieme si alimenta della sofferenza e dell’insofferenza che si prova verso se stessi e verso il mondo. Basta conoscere qualche vero artista per rendersene conto.

L’arte può fare bene a chi la frequenta e la incontra, certo, ma questa è una banalità. L’arte-terapia dunque spesso è una truffa consolatoria che esalta l’individualismo o, peggio, l’esibizionismo, che è tra le malattie più diffuse di questi anni.

Ai bambini fa bene fare il teatro per motivi molto semplici. Perché costringe a stare in piedi e a muoversi nello spazio e questi due aspetti possono sembrare banali, ma non lo sono affatto, perché in moltissime scuole i bambini stanno ore e ore seduti.

Fa bene perché permette di incontrare il senso del ritmo e forse anche il senso di qualcos’altro, che va al di là. È stato evocato il sacro, che molti situano all’origine del teatro. In modo più elementare credo che, quando un gruppo sta cercando di dare senso alle relazioni interumane che si creano in un dato luogo e accade qualcosa che si riesce a percepire insieme, simultaneamente, a volte arrivano momenti di silenzio pieni di significato.

Può accadere durante le prove o durante o dopo l’incontro con il pubblico. A volte dopo avere pronunciato una frase o fatto un gesto c’è una specie di onda che tutti percepiscono, senza sapere bene di cosa si tratti. Non è importante di che sostanza sia, importante è che ci abbia portati un po’ più lontano da dove siamo soliti stare.

 

Poi c’è la ripetizione, che è tanto importante. Per i bambini ripetere è importantissimo. Ripetere qualcosa di costruito insieme fa sì che il testo, che si è scritto o letto e imparato insieme, diventa un riferimento, un territorio a cui si può continuamente attingere. Credo sia particolarmente importante questo, oggi, perché sia noi che i bambini siamo disabituati a sostare e a ripetere a lungo una parola, un tema, una azione, perché c’è sempre qualcosa di nuovo che incalza.

Peter Brook dice una cosa molto importante riguardo al raccontare i miti: «I narratori tradizionali narrano sempre le stesse storie tutta la vita, mente gli attori sono bravi a imparare le cose velocemente e a fare proprio un racconto appena dopo averlo incontrato. Ma questa rapidità rappresenta anche un punto debole per gli attori, perché i narratori tradizionali, raccontando tutta la vita sempre la stessa storia, ogni volta che la ripetono pongono a quella storia una nuova domanda».

Non è possibile raccontare una storia senza crederci e senza porgli domande perché i miti e le fiabe tradizionali, come i classici secondo Italo Calvino, sono narrazioni che non finiscono mai di dirci quello che hanno da dire.

I bambini piccoli non si vergognano di domandare che si racconti loro sempre la stessa fiaba. E quando a teatro ripetono tante e tante volte un testo, quelle parole, assai frequentemente, riservano loro sorprese.

  

Galileo in quinta elementare

Faccio un esempio concreto. L’anno scorso abbiamo fatto uno spettacolo sul processo a Galileo Galilei. Oltre a lavorare su testi scritti dai bambini, abbiamo preso delle lettere e degli scritti di Galileo e dei brani del dramma di Brecht.

L’episodio che ha maggiormente colpito i bambini è stato quello dell’abiura, a cui il grande scienziato pisano fu costretto per sfuggire alla condanna a morte. A un certo punto dello spettacolo Flavio, uno dei bambini più sensibili che avevo in classe, diceva queste parole: «Oggi 22 giugno 1633, inginocchio davanti a voi eminentissimi e reverendissimi cardinali, avendo davanti agli occhi la sacrosanta Bibbia, giuro che credo e crederò in tutto quello che insegna la santa Chiesa. In cuor sincero e fede abiuro, maledico e detesto i miei errori ed eresie, non dirò più a voce o per iscritto cose per cui essere sospettato di eresia…». Le frasi le abbiamo tratte alla lettera da ciò che Galileo fu costretto a sottoscrivere di fronte al tribunale, ma il bambino che le pronunciava si è inventato un’azione fisica di grande impatto. Mentre diceva queste parole con voce soffocata, infatti, piano piano si chinava sempre più finché finiva con la testa completamente conficcato nel gran libro della Bibbia. Questa scena era di una forza e di una bellezza rara.

All’inizio, quando cominciò a provare a pronunciare le parole di Galileo, Flavio era colpito dall’enormità che suscita in un bambino l’idea stessa di essere costretti a fare un’abiura. Una parola di cui all’inizio Flavio intuiva la portata drammatica, ma faticava ad individuare il senso. Tutti i bambini erano rimasti molto colpiti dall’idea che un grande scienziato, che aveva dedicato tutta la sua vita a studiare e a scoprire cose dell’universo, era stato costretto, a 70 anni, a sottoscrivere una frase che diceva: «maledico tutto ciò che ho fatto».

Ma lo scandalo di questa loro scoperta non aveva trovato modo di esprimersi fino a quando Flavio non diede carne e corpo a quell’accasciarsi di un vecchio, di fronte all’estrema prepotenza del potere, rappresentato in scena da un papa e un cardinale che lo sovrastavano dall’alto di due scale, rigidi nei loro costumi e cappelli a punta.

È stato così che Flavio, a nome di tutti, ha incarnato lo scandalo di quella prepotenza, che tutti i bambini avevano avvertito, immedesimandosi in quella sofferenza.

I bambini sono molto diretti. Sono sempre in cerca di un’autenticità e di una coerenza che noi adulti raramente incarniamo. Nel metter in scena Galileo Flavio, in modo spontaneo, ha interpretato fisicamente questo scandalo terribile.

 

Poiché la condanna a Galileo nasceva dalla discordanza tra le sue osservazioni e ciò che era scritto in un libro sacro, durante la preparazione dello spettacolo abbiamo discusso molto sulla differenza tra i libri e la natura, tra ciò che ci dicono i libri e ciò che ci comunica la natura.

Bambine e bambini hanno scritto sui libri frasi che mi hanno sorpreso per la loro sottigliezza. Eccone alcune:

«I libri sono come armadi, tutti ordinati, invece la natura è sempre un armadio, ma disordinato, con tutte le cose sparse qua e là».

«I libri sono come una cosa che ti rimane dentro, invece la realtà è una cosa che vuole entrare, più duramente; la realtà è come una persona che ti prende in giro, che ti evita».

«I libri sono come un neonato, non sa fare niente, gli devi dare le cose già pronte; invece scoprire per me significa crescere, perché le cose le devi trovare da solo».

«I libri sono come una pappetta, ti danno notizie già pronte, invece la natura è come una bistecca, devi sentirla, guardarla e toccarla per scoprire le notizie che ti nasconde».

Questa loro riflessioni, scritte dopo lo spettacolo, nascono da discussioni e ragionamenti intorno alla verità dei libri e alla verità della natura. Per mesi i bambini avevano frequentato ed erano entrati in contatto con una storia vera, nella quale un uomo era stato condannato e incarcerato per avere detto che un libro sacro sbagliava e che bisognava guardare direttamente la natura, per capirne il funzionamento. Quella storia, così lontana dalla loro esperienza, l’hanno avvicinata leggendo e rileggendo frasi, dando corpo alle parole, incarnando personaggi e disponendo in uno spazio da loro costruito e abitato azioni lontane nel tempo.

È stato durante questo lungo processo che piano piano, in loro, è cresciuta la responsabilità di mettere in scena un’ingiustizia come se il teatro, in qualche modo, fosse un luogo in cui le ingiustizie possono essere riparate, se non altro restituendo l’onore a chi le ha subite.

Questa loro progressiva immedesimazione con Galileo, che abbiamo anche immaginato e raccontato quando era bambino come loro, curioso di fronte alle sue prime scoperte, sinceramente mi ha commosso.

La scuola troppe volte sembra lavorare in modo simile a come ragionavano coloro che condannarono Galileo, quando contrappone lo studio mnemonico dei libri di testo agli sguardi dei bambini verso il mondo.

I libri del passato e del presente possono aprire occhi e sguardi verso il mondo o chiuderli. Dipende da come li si usa e da come si intende il sapere. Frequentare una mente libera, aperta e coraggiosa come quella di Galileo ha dato la possibilità alle bambine e ai bambini di pensare e riflettere sul fatto che ci troviamo a vivere in un mondo in cui, alla soglia del nuovo millennio, risorgono fondamentalismi e fanatismi che in nome di libri sacri contrapposti, continuano a sottomettere uomini e donne.

 

«Selvatico è ciò che si salva»

Un’ultima considerazione voglio dedicarla alla relazione tra corpo e natura nei bambini di oggi. «Selvatico è ciò che si salva» – ha lasciato scritto Leonardo nei suoi appunti – e penso valga la pena riflettere su cosa possa ancora dirci questa frase.

I bambini si nutrono straordinariamente nel contatto con gli elementi della natura e, oggi più che mai, hanno bisogno del selvatico. Esplorare un bosco fuori dai sentieri o camminarci nella notte, svegliarsi nell’oscurità ed attendere il sorgere del sole sin dai primi chiarori dell’aurora sono esperienze che ormai nessuno fa. Costituiscono una sorta di teatro degli elementi che da tanti anni, nella Casa-laboratorio di Cenci, cerchiamo di avvicinare in un percorso parateatrale che proponiamo a bambini che ospitiamo. Per me è straordinario constatare quanto il bosco di notte parli ai bambini e quanto parli agli adolescenti, forse dicendo altre cose.

La selvatichezza concreta che ci troviamo ad attraversare fuori di noi a volte ci aiuta ad esplorare quelle parti di noi che sono intricate, oscure, difficilmente addomesticabile. Parti che sono fuori casa e che spesso non trovano luogo.

Una volta, anni fa, mettemmo in scena un piccolo spettacolo dentro una grotta vicino a Città di Castello. L’esperienza di entrare in una grotta dovendosi accucciare e strisciare e letteralmente infilare in un cunicolo stretto è difficile e assai particolare, per chi non ha mai fatto lo speleologo.

La narrazione della storia di Persefone, raccontata dal punto di vista di Ade, non credo valesse un gran che, ma il luogo che la visione di quello spettacolo costringeva ad esplorare parlava al corpo degli spettatori in modo difficilmente dimenticabile. Tempo dopo incontrai a Palermo una donna che mi raccontò quanto quell’esperienza di contatto e sprofondamento nelle viscere della terra l’aveva aiutata ad affrontare, nei mesi seguenti, vicende assai dure che si erano abbattute sulla sua vita. Quell’aiuto, ne sono certo, lo ha potuto sentire perché l’esperienza di entrare nel mondo sotterraneo era stata un’esperienza fisica, di rapporto diretto ed intenso con l’oscurità e la profondità della terra, da cui infine era uscita, superando una sorta di iniziazione.

Di questo contatto del corpo con la terra penso sia importante che si nutra il teatro e, in primo luogo, il teatro proposto e vissuto con i bambini.

I bambini riescono a stabilire relazioni di grande intensità con vento, acqua e fuoco, e sarebbe sbagliato pensare che lo spazio del teatro debba restare  necessariamente confinato dentro quattro pareti. Se c’è qualcosa che manca al nostro tempo, come il rapporto con la terra e i cicli naturali del tempo, è lì che l’arte può e forse deve cercare, ed è lì che anche l’artigianato educativo deve necessariamente sostare.

«L’arte è profondamente ribelle – diceva Jerzy Grotowski -. I cattivi artisti parlano di rivolta, ma i veri artisti fanno la rivolta. Essi rispondono all’ordine consacrato attraverso un atto concreto».

Quando riusciamo a trovare qualche atto concreto che ci aiuta a reagire a un mondo che non ci piace e che inquina profondamente l’immaginario dei bambini, penso sia importante dargli lo spazio che merita.

* Franco Lorenzoni, è maestro elementare e fa parte della Casa-laboratorio di Cenci (Amelia, Umbria), www.cencicasalab.it/cenci, cencicasalab@gmail.com. Quello che pubblichiamo è l’intervento tenuto a Scampia in occasione dell’incontro su Teatro e infanzia, promosso da Punta corsara (marzo 2009).

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