Tempo e spazio nella scuola, oggi

marzo 16, 2012 § Lascia un commento

 edoardo chianura

Le tecnologie (cosiddette nuove perché chissà come non invecchiano mai da due decenni a questa parte) stanno cambiando la scuola. Lavagne interattive, l’uso di Internet, Skype, i nuovi strumenti tecnologici (iPad, e-book, ecc), e quant’altro stanno rapidamente richiedendo alla scuola una necessaria innovazione. Un’innovazione che richiede agli insegnanti innanzitutto, di imparare nuove tecniche, ma anche di saper usare le tecnologie, per essere in grado di insegnarle ed insegnare con esse ai loro allievi.

Il bisogno di trasformazione richiede quindi una seria riconsiderazione dell’impostazione degli spazi, del tempo e della modalità dello stare a scuola. E di conseguenza una nuova organizzazione del lavoro scolastico, sia con gli allievi e fra gli allievi e sia fra docenti, comprende un’attenzione seria al lavoro di gruppo per addurre condivisione e interattività nella fatica quotidiana dei diversi ruoli in gioco. Cioè un modo non solo diverso di stare in classe, ma di relazione fra tutte le componenti e l’istituzione tutta.
In questo le tecnologie possono indubbiamente dare un aiuto di tipo strumentale attraverso la rete o per meglio dire: attraverso un lavoro di rete. Infatti, dove questa rete (strutturale e metodologica) si è già evoluta, emerge la presenza di cooperazione tra gli insegnanti: risorse e capacità messe a disposizione di tutti, capacità di prendere in considerazione e quindi costruire contesti e modalità di apprendimento più favorevoli e gratificanti per gli studenti, ma soprattutto proposizione di diversi approcci utilizzati per la costruzione della conoscenza.

Però, attenzione! E’ pur vero che la nostra scuola è in ritardo, ma un aspetto di questa pressante richiesta di rincorsa, soprattutto sul versante tecnologico, mi insospettisce. Provo a porre il mio dubbio attraverso un brano tratto dall’opera di Carroll Lewis “Attraverso lo specchio”:

Proprio in quel momento, chi sa come, cominciarono a correre.

Alice non poté mai capire, ripensandoci dopo, come avesse cominciato: tutto ciò che si ricordava era che correvano l’una dietro l’altra, tenendosi per mano, e che la Regina andava così veloce che ella stentava a mantenere lo stesso passo; e pure la Regina continuava a strillare: “Più presto, più presto!”ma Alice non poteva andare più presto, e non aveva più un filo di fiato per dirlo.

E il più strano era che gli alberi e tutti gli altri oggetti d’intorno non cambiavan mai di posto: per quanto veloci esse andassero, non si lasciavan dietro mai niente: “Forse tutte le cose si muovono con noi…” diceva tra sé Alice, non sapendo che pensare. E la Regina pareva indovinasse i suoi pensieri, perché gridava: “Più presto! Non tentar di parlare!” Non che Alice avesse l’intenzione di farlo. Le era rimasto così poco fiato, che non sapeva se avrebbe mai potuto riparlar più: e la Regina gridava: “Più presto! più presto!” e se la trascinava appresso.

”Siamo arrivate?” poté finalmente domandare Alice, con un soffio.

”Arrivate?” rispose la Regina. “Ci siamo passate dieci minuti fa. Più presto!”

E corsero per qualche tempo in silenzio, col vento che soffiava nelle orecchie

di Alice, dandole la sensazione di strapparle i capelli.

”Su! su!” gridava la Regina. “Più presto! più presto!”

E andavano così veloci che finalmente parve traversassero l’aria a volo, sfiorando appena coi

piedi il suolo, finché improvvisamente, nell’istante che Alice si sentiva assolutamente esausta, si

fermarono, ed ella si trovò seduta senza respiro in terra e con la testa che le girava.

La Regina l’adagiò contro un albero, e cortesemente le disse: “Ora puoi riposarti un poco”.

Alice si guardò intorno, sorpresa. “Ma mi pare che in tutto questo tempo non ci siamo mosse da quest’albero. Non c’è nulla di cambiato in questo luogo”.

”È naturale” disse la Regina; “che cosa avresti voluto?”

”Ma nel nostro paese”, disse Alice, che ancora ansava un poco, “generalmente si arriva altrove… dopo che si è corso tanto tempo come abbiamo fatto noi.”

“Che razza di paese!” disse la Regina. “Qui invece, per quanto si possa correre si rimane sempre allo stesso punto. Se si vuole andare in qualche altra parte, si deve correre almeno con una

velocità doppia della nostra.”

Quindi pur riconfermando quanto asserito all’inizio e cioè che l’innovazione “a scuola” è fattore essenziale per migliorare la qualità della vita scolastica e la cultura di insegnanti e studenti, un nuovo contesto più efficiente e  più efficace per svolgere il proprio compito è possibile solo con un inserimento forzato e accelerato delle tecnologie? Con la diffusione e la distribuzione ipotetica (visto i tagli sconsiderarti fatti in questi ultimi anni) di tecnologia tout court nelle scuole? Con la considerazione che il cambiamento sia solo una questione di rinnovo strumentale? Io credo proprio di no!

Finché questo cambiamento non passa attraverso la messa in moto di una fase di ricerca interna al mondo della scuola, esso non produrrà altro che aberrazioni, come quella di usare le LIM come semplici proiettori per vedere film, o l’utilizzo di presentazioni di powerpoint per accelerare lezioni frontali. E’ per questo credo che si sia bisogno di una ricerca che sappia dimostrare attraverso il lavoro quotidiano di docenti e ragazzi, di docenti con altri docenti e dei ragazzi fra loro, l’eventuale “valore aggiunto” delle tecnologie: pena la perdita di credibilità di queste “innovazioni” agli occhi di chi si difende tutt’ora perpetuando modalità e metodologie di apprendimento “sicure e certe” per loro, ma non più rispondenti ai bisogni formativi ed educativi, attuali e futuri, dei nostri ragazzi.

Per questo, prima di iniziare a correre forsennatamente, senza una meta precisa, con il rischio di rimanere fermi sempre allo stesso punto, proviamo a porci domande a cui dare risposta con il nostro lavoro, con la nostra professionalità. Mettiamo in moto quel processo riflessivo che tante volte abbiamo sentito sbandierare, “apprendere ad apprendere”, e facciamolo nostro nell’attività di approccio con le nuove tecnologie. Un’azione intelligente che ci guidi per conoscere ciò che sviluppiamo durante il nostro fare scuola con le nuove tecnologie, ma anche riflessione su ciò che abbiamo svolto per dare senso all’uso delle stesse.

Un fare, questo, necessario perché con un mondo e una società che cambia, e cambia molto rapidamente, è nostro preciso dovere dare risposte per tempi e spazi di una nuova scuola e fare in modo che la scuola non possa e non debba rimanere ferma.

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