La scuola che resiste è scuola di libertà

aprile 20, 2014 § Lascia un commento

 celeste grossi

éMolte delle questioni dibattute durante la gestazione che, iniziata nel 1986 ha portato, nel 1989, alla pubblicazione del primo numero di école sono ancora centrali. Ci rendiamo conto, però, che il contesto del mondo, dell’Europa, della società italiana, della formazione e della scuola sono assai mutati dalla fine degli anni ’80, per questo cerchiamo di rivisitarle con lo sguardo di oggi.

Vorrei iniziare il mio ragionamento da alcune parole. Le prime due sono sottostare, e democrazia.

Ettore Gelpi, in un articolo pubblicato su école nel giugno del 1999, esortava a «Lottare contro la separazione tra la fase attiva del fare e quella passiva del sottostare». E scriveva ancora: «Il problema centrale sono le nuove forme di democrazia e di eguaglianza sociale che possono stabilirsi in relazione al controllo dell’informazione e del sapere. Il problema centrale dell’educazione è come essa possa contribuire alla democrazia. Per il momento dobbiamo registrare che questa società tende a mettere in crisi la democrazia attraverso l’educazione». Sappiamo che nei quindici anni trascorsi da allora la situazione è peggiorata.

Altre due parole sono dominio e resistenza pedagogica. Sempre su école, in un articolo più recente Raffaele Mantegazza ha scritto: «Ogni traccia di debolezza, di tenerezza, di un rapporto ammorbidito con il mondo viene sradicata fin dalla più tenera infanzia, anche nelle bambine. Il nuovo tipo umano non rappresenta una conquista irreversibile del dominio, ma certamente è qualcosa di difficile da scalfire, a meno di non entrare con una mossa di contropotere nelle dimensioni che lo strutturano e che lo pongono in essere; se il dominio è oggi essenzialmente pedagogico, pedagogica deve essere la resistenza». (“L’alba dentro un imbrunire/ Vie d’uscita dal disastro antropologico”

 

 

Le nostre parole

Iniziare dalle parole di Gelpi, mi consente di parlare del sentire comune tra e noi diécole e Ettore Gelpi: l’educazione alla democrazia e alla cittadinanza, ai diritti umani, alla pace, alla sostenibilità ambientale e sociale; l’attenzione al lavoro e ai saperi; la formazione di soggetti resistenti nei confronti di ogni tipo di dominio. Una scuola antiautoritaria che noi di école chiamiamo scuola di libertà. Ecco per noi la resistenza pedagogica è pedagogia della libertà − all’informazione, al lavoro, la costruzione della pace, la democrazia, la sostenibilità sociale e ambientale, il protagonismo delle e degli studenti.

 

A scuola di libertà si intitola il breve testo realizzato a dicembre 2010 per presentare la nostra idea di scuola. Lo usiamo ancora come home page del nostro spazio telematico. In esso sono riportate le “parole” su cui converge la redazione di una rivista come la nostra, “senza linea”, di voci plurali, che coltiva il dubbio come modalità di approccio ai saperi.

 

Attualizzare la resistenza pedagogica

Molte delle questioni dibattute durante la gestazione, che dal 1986 ha portato, nel 1989, alla pubblicazione del primo numero di école, sono ancora centrali. Ci rendiamo conto, però, che il contesto del mondo, dell’Europa, della società italiana, della formazione e della scuola sono assai mutati dalla fine degli anni ’80, per questo cerchiamo di rivisitarle con lo sguardo di oggi.

Cosa vuol dire fare resistenza a scuola oggi?

  • Resistere oggi è contrapporsi a una concezione della scuola come luogo di trasmissione del sapere ad ascoltatori passivi e subordinati.
  • Resistere oggi è evidenziare il valore del dubbio come fondamento di una cultura non dogmatica, essenziale per stimolare negli e nelle studenti l’abbandono di stereotipi, strumento di analisi semplificata della realtà.
  • Resistere oggi è esplicitare quale modello di mondo vogliamo in alternativa a questo. Quale cittadina, quale cittadino, funzionale a quel tipo di mondo vogliamo educare. Quale sapere vogliamo sviluppare.

Sapere di polis

Il saper che vogliamo costruire lo chiamiamo di polis, «il contrario della privatizzazione come della burocrazia “statalistica”; del localismo familistico come dell’individualismo del mercato; insomma né suolo e sangue, né sapere-merce da comprare e scambiare». − Ha scritto Andrea Bagni [1] − Unascuola che resisteè quella chesviluppa «un sapere polivalente, di base e di cittadinanza, che accetta di stare con la diversità dei punti di vista nella costruzione di un mondo comune. Un sapere che accetta le domande di una nuova generazione e si misura con i suoi desideri. E dunque accetta di interrogarsi. O il sapere sta in questo incontro di generi e generazioni diverse oppure discende dall’alto e si riduce a poca cosa: trasmissione buro-pedagogica di conoscenze prefabbricate, libretti d’istruzioni, disciplinamento».

«Impera la “formazione-strumento”: l’educazione è finalizzata quasi esclusivamente ad un’educazione per alfabetizzarci affinché si possa sopravvivere e leggere i “segnali stradali”. Al massimo c’è un’educazione per la formazione professionale, ma senza alcuna riflessione filosofica», sosteneva Gelpi.

«[…] spostare l’attenzione dall’aspetto organizzativo e burocratico dell’istituzione scolastica, alla qualità interna del fare scuola, ai rapporti che connotano il sapere e si costruiscono fra gliabitantidi quel particolare paesaggio di aule. Spostare l’attenzione per indicare un altro paradigma del ragionamento: relazionale, cooperativo, di ricerca comune di conoscenza», sostiene Andrea Bagni su école (nell’articolo Pubblico, privato. Formazione bene comuneche avviava l’“Officina”, La scuola è un bene comune, marzo 2012).

«Buona parte dell’umanità non è capace di padroneggiare la strumentazione tecnico-scientifica che sviluppa e quindi vive in una specie di terrore: non è più maestra dei propri strumenti di comunicazione, produzione, vita» ha scritto Ettore Gelpi. Il binomio sapere-lavoro è stato fondamento politico ed educativo del suo pensiero pedagogico. Convinto, come noi, che l’esclusione dal sapere e dalle informazioni crea esclusione sociale.

 

La scuola che resiste è attenta ai soggetti dell’educazione

Il riconoscimento dei diritti individuali e l’attenzione ai soggetti dell’educazione erano centrali per Gelpi e sono centrali per noi.

«Ciò che sta alla base di uno stato democratico sono i singoli cittadini», diceva Norberto Bobbio, quelli che noi dal 1986 − anno in cui organizzammo a Milano il convegno Mal di scuola − chiamiamo abitanti (non utenti) della scuola.

Fondamentale è per noi il riconoscimento di uguali diritti e contemporaneamente della individualità di ciascuno, ciascuna.

Questo nostro tempo, invece, spinge alla ricerca dell’individualità con la massificazione. Un paradosso. Non siamo più uguali, forse solo sempre più simili, ma senza una riconoscibilità della persona.

Crediamo che educazione e formazione siano potenziali antidoti alla massificazione solitaria.

 

La scuola che resiste è scuola che lotta contro la rigidità dei tempi e degli spazi

Classi super affollate in strutture inadeguate obbligano studenti di ogni età a stare rigidamente costretti nei banchi (i corpi vengono lasciati fuori, lontano dalle aule e dagli orizzonti degli insegnanti), ascoltatori passivi e subordinati.

Tempi e spazi sono rigidamente scanditi. Rigidi sono i programmi. Rigidi i voti: la valutazione diventa misurazione e genera competizione meschina. (Nell’Officina “De merito” abbiamo sottoposto a una critica stringente il sistema dei voti vigente.)

Il sistema scolastico non è esente dal modello competitivo che tende a far emergere i migliori, coltiva le ambizioni con lo scopo di preparare individui adatti all’asprezza della concorrenza che troveranno del mondo degli adulti.

La scuola che resiste è il luogo per sviluppare e sostenere comportamenti cooperativi e solidali. Il luogo della convivenza, il luogo del confronto delle idee.

La scuola che resiste è scuola di corpi, di cuori, di relazioni

La scuola è il posto in cui bambine e bambini, ragazze e ragazzi passano molta parte del loro tempo. Eppure, troppo spesso, i corpi e cuori degli “abitanti” (non solo gli studenti, ma anche degli insegnanti) si lasciano fuori dalla classe. I loro desideri sono troppo spesso occultati dalla pedagogia tradizionale.

«Siamo convinte e convinti e che gli affetti, le emozioni e le passioni non sono vestiti che indossiamo e smettiamo, ma piuttosto la nostra interfaccia sensibile col mondo che, attraverso la mediazione del corpo, ci dice qualcosa del nostro essere-nel-mondo, del rapporto con le cose e con gli altri, permettendoci di valutare una situazione globale all’interno della quale acquistano senso le nostre decisioni e le nostre azioni». Scrive Filippo Trasatti inLessico minimo di pedagogia libertaria(Elèuthera editrice, 2004).

Trasformazioni significative di apprendimenti e di comportamenti si hanno solo se a scuola i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze stanno bene tra loro e con gli adulti, se riescono a parlare e ad ascoltare. Una scuola dove ci si senta utili, dove si capisca e si sorrida, un luogo di accoglienza e partecipazione, dove strutture e procedure abbiano i corpi, le emozioni, e non solo le menti, nel proprio orizzonte.

Un luogo animato da esperienze che favorisca la possibilità di apprendere non solo attraverso lo studio teorico.

La scuola che resiste rinnova i suoi strumenti

Diceva Gelpi «Se noi rimaniamo soltanto legati alla nostra esperienza formativa ed educativa, rischiamo di restare chiusi in una sorta di riserva indiana». E aggiungeva: «Cercare un collegamento tra il tema della democrazia sociale e l’informatica. Le reti permettono di mettere in comune dati e memorie e di conoscere la realtà che si sta trasformando».

Anche noi siamo convinti e convinte che ci siano nuovi alfabeti digitali da apprendere e da utilizzare, ma insieme a Filippo Trasatti, nell’OfficinaDigitale/ Futuro digitale, tra facili entusiasmi e affrettate riflessioni”, (febbraio 4, 2013) ci domandiamo e domandiamo:«Siamo davvero a un punto di svolta? O si tratta dell’ennesimo abbaglio prodotto da una tecnologia raffinata, potente, allettante e ricca di potenzialità, che però per cambiare veramente le cose (e nella direzione desiderabile) ha bisogno di un cambiamento culturale generale molto più profondo?».

Abbiamo aderito alla proposta-appello di Franco Lorenzoni (dicembre 2012) “Liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola”. Lorenzoni scrive preoccupato: «I bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. […] La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. (L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente)».

La scuola che resiste è scuola delle differenze

“Costruire l’uguaglianza, liberare le differenze” è il motto della nostra rivista dalla sua nascita (ed è stato anche il titolo di un seminario che insieme ai Cemea abbiamo organizzato a Roma il 19 novembre 2011). La scelta indicava già allora che «il concetto di pluralità di culture, modelli, identità, esperienze» era entrato a far parte dell’orizzonte della rivista.

Abbiamo fin da subito tentato di contrastare il rischio dell’uguaglianza come uguagliamento burocratico, conformismo autoritario, omologazione, omogenizzazione, uniformizzazione, anonimato con percorsi di liberazione delle differenze, quelle che ci rendono unici, uniche, nello stare al mondo e con lotte e azioni per superare le rigidità del sistema scolastico che impediscono la valorizzazione degli interessi personali, e trascurano l’arricchimento che nelle relazioni si ha grazie agli innumerevoli tratti originali di ciascuno, ciascuna.

Una scuola che resiste è sensibile ai contesti, ai processi, alle relazioni tra soggetti, non mette tra parentesi le identità, il genere, le esperienze ma parte da lì per definire le relazioni con il mondo e i saperi.

 

La scuola che resiste è attenta alla differenza di genere

È difficile liberarsi dalla cultura sessista dominante. La si respira nell’aria, educa per contatto, immateriale, struttura simbolicamente. Certi stereotipi agiscono comunque attorno e dentro di noi, ci dobbiamo fare i conti. Ci vuole il coraggio della libertà, oltre che la sua possibilità.

Noi siamo convinte e convinti che non si possano lasciare le questioni di genere ufficialmente fuori dalla porta. Se è vero, come diceva Simone De Beauvoir, che «donne si diventa, non si nasce» è altrettanto vero che “maschi non si nasce ma si diventa”.

E la questione non è di poco conto visto che a scuola bambine e bambini passano molto del loro tempo, per cui anche in essa oltre che in famiglia si formano le loro identità maschili e femminili.

(«Come vivono il loro appartenere al genere maschile gli studenti? Hanno la paura di non essere all’altezza del vero uomo che non deve chiedere mai. È un peso notevole l’appartenenza a una certa idea dell’essere uomini. Un impegno preoccupante, essere all’altezza del mito dominante del maschio vincente». Scrive Andrea Bagni.

Nella scuola che resiste Donne e uomini reinventano il presente educativo

Il vento nuovo che, con forza dirompente, ha parlato alla scuola e all’università negli anni ’70, per la prima volta nella storia della scuola italiana, soffiava con la voce delle donne.

Le insegnanti sono la quasi totalità della professione, una novità sociale che stabilisce un nesso tra professione intellettuale e cura delle persone.

Questa presenza straordinaria di donne parla anche di un mutato rapporto tra la scuola e la famiglia che si scopre non autosufficiente nel dovere dell’educazione e affida figli e figlie ad altri di cui si fida perché avvenga l’esperienza grandiosa della diversità. In famiglia si sperimentato valori, parole, saperi, comportamenti omogenei, la scuola ti porta nel campo aperto dell’altro, della cittadinanza.

Nell’incontro nazionaleDonne e uomini reinventano il presente educativoche abbiamo organizzato a Verona12, 13 aprile 2014 – insieme a Università di Verona, Libreria delle donne di Milano, Maschile Plurale, Maestre in ricerca e in movimento, Autoriforma della scuola, Stripes, Le città vicine, La Merlettaia e le riviste Via Dogana e Pedagogika – discuteremo di “Un mondo trasformato dalla libertà femminile: pratiche e linguaggi, programmi e testi scolastici, conoscenze e sapienze, differenza, genere e parità; di “Nuove geografie relazionali di donne e uomini in educazione: madri e padri, bambine e bambini oltre gli stereotipi, trasformazioni del maschile, generazioni in cambiamento”; di “Contesti e pratiche che generano saperi e nuove visioni”.

La scuola che resiste accoglie gli studenti con disabilità

Il rispetto della diversità esige conoscenza e applicazione dei principi democratici della nostra società che riconoscono pari opportunità di formazione per tutti.

Questo non equivale a dare a tutti le medesime nozioni negli stessi tempi.

Un’adeguata risposta educativa a tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, presuppone una rivoluzione psicologica negli adulti, negli insegnanti e nei genitori per superare l’indifferenza ai bisogni delle persone con disabilità.

Una cultura diffusa del potere basato sulla distinzione tra il più forte e il più debole può determinare per reazione negli educatori un malinteso egualitarismo e un approccio di tutela/ supporto dello studente con disabilità. E non la costruzione di esigibilità dei diritti di tutte, di tutti.

La scuola che resiste è un’agorà

La scuola è per noi scuola della società intera e della società aperta, luogo di auto-educazione della società, di costruzione di un mondo comune.

Uno spazio insieme soggettivo e politico, di singolarità e collettività, di comunicazione e sapere sociale che lascia segni di sé fra sé e il mondo.

A scuola si costruisce una comunitàpolitica, senza verità trascendenti e appartenenze gerarchizzate. Come si rappresenta e racconta nella Costituzione italiana: patto fondativo di una comunità politica perché continuamente vissuto nelle sue relazioni aperte. Costantemente costituente.

Molti ragazzi e ragazze hanno difficoltà a immaginare e progettare insieme un futuro diverso. Non riescono, in eclissi della politica, a vederlo nei luoghi pubblici e neppure nella scuola.

Noi di école vorremmo che ragazze e ragazzi guardassero alla globalizzazione come nuova estensione della vita individuale.

Invece il presente globale cerca l’identità nella razza, nella terra, nell’appartenenza.

 

La scuola che resiste è scuola di cittadinanza planetaria

Questa dimensione catastrofica di guerra delle civiltà deve e può essere corretta con l’educazione alla mondialità, alla cittadinanza planetaria, che non è mai data come dimensione innata e che quindi deve essere insegnata e appresa, acquisendo la capacità di vivere le differenze e le appartenenze come ricchezza e non come limite. (vedi Scritture migranti/ Officina 3)

La scuola è un luogo che ha memoria ed è in grado di connettere la pluralità delle storie. Dove nuove cittadine e i nuovi cittadini si costruiscono con il confronto di saperi globali.

È il luogo della cittadinanza planetaria, condizione di estensione dei diritti e non di negazione delle diversità nazionali.

Gelpi si considerava un “terrestre”, un cittadino del pianeta: l’idea di un’identità comune a tutti gli esseri umani è stata centrale nella sua pedagogia.

La scuola che resiste è scuola laica e plurale

La scuola, luogo strutturalmente plurale, è terreno fertile per la convivenza di diverse memorie culturali e differenti punti di vista (che valorizza non considerandole né diversità, né disuguaglianze).

In Italia si è chiuso il ciclo politico che aveva messo al centro la domanda di scolarità per tutti per tutte, come elemento costitutivo della cittadinanza: non sei cittadino, cittadina, se non hai accesso al sapere. Un’idea avanzata della libertà individuale, non solo formale.

Ma la scuola di massa ha una dimensione di libertà-liberazione e di democrazia nella misura in cui è aperta a tutti anche ai nuovi cittadini e alle nuove cittadine.

Invece la situazione di studenti figli di genitori stranieri è paradossale: interiorizzano modelli simili ai loro coetanei, hanno aspettative e desideri simili, ma non la stessa struttura delle opportunità nei percorsi formativi.

Questo processo ha prodotto identità prive di cittadinanza e determinato disuguaglianza e perdita di dignità sempre più estese.

Ha reso per una moltitudine di persone inapplicabili i diritti universali sanciti nel 1948 e dichiarati inalienabili, riaprendo la separazione tra l’essere persone e essere cittadini.

La possibilità che in futuro i ragazzi stranieri possano trovarsi concentrati in scuole di cattiva reputazione e basse prestazioni, fuggite dagli insegnanti ed evitate dalle famiglie più ambiziose (anche tra gli immigrati), e che forniscono una debole formazione e poche possibilità di collocazione sul mercato del lavoro, sono segni preoccupanti.

Il rischio in questo scenario è che in Italia si crei un nuovo proletariato con tonalità solo parzialmente “etniche”, cioè uno strato svantaggiato composto prevalentemente, ma non esclusivamente, dai figli di immigrati, ma dove questi ultimi si trovino ulteriormente svantaggiati proprio a causa della loro origine “etnica”.

 

La scuola che resiste è scuola dei diritti di tutte e di tutti

Gelpi è stato un attivista non violento per i diritti umani e per la pace “creativa e permanente”, uno dei fondamenti politici ed educativi del suo pensiero. Una pace che non è solo assenza di guerra, ma che è giustizia sociale.

 

Oggi abbiamo imparato a dire che non tutti i bambini e le bambine sono uguali, che non tutte le infanzie si equivalgono. Sappiamo che in altre parti del mondo milioni di bambini e bambine continuano a morire per la guerra, le malattie, la fame, a essere sfruttati come accadeva in occidente alla metà del XIX secolo. Ma neppure qui sono scomparse le violazioni dei loro diritti e non mi riferisco né agli abusi, né alla violenza diretta che pure non è affatto cessata. Ce lo insegna la Grecia, culla della civiltà europea, ora ridotta, da insensate politiche di austerità, a terra dove la mortalità infantile è cresciuta del 43% e dove il 20% dei bambini e delle bambine è sottopeso.

Penso alla sottovalutata violenza strutturale sui bambini e le bambine, quella dovuta alla forma della nostra struttura socioeconomica.

Penso a bambini e bambine costretti a vivere in un mondo di cemento, di macchine, che li segrega in spazi chiusi, in attività organizzate, sottrae loro la modalità esperienziale dell’avventura, depaupera la loro autonomia, invece di arricchirla. E penso all’area ampia di comportamenti di colonizzazione e oppressione delle loro menti agiti in casa e anche a scuola.

La scuola resistente ripudia la guerra e le armi

Anche noi di école siamo convinte e convinti, come i soggetti promotori di Arena di Pace e Disarmo (Verona 25 aprile 2014) che «La resistenza oggi si chiama nonviolenza. La liberazione oggi si chiama disarmo». Siamo convinte e convinti che avesse ragione Aldo Capitini quando sosteneva: “Se vuoi la pace prepara la Pace”. Invece da anni la cultura militarista pervade le attività delle scuole italiane e siamo in presenza di una diffusa contaminazione dell’attività didattica con la promozione di una cultura di guerra. Un solo esempio le bimbe e i bimbi delle scuole primarie di Pisa vanno in “visita di istruzione” alle caserme della Folgore.

L’intrusione delle forze armate nei programmi formativi diventa ancora più pesante nelle scuole superiori dove, nel corso delle attività di orientamento, sono frequenti i corsi tenuti da militari di Esercito, Marina e Aeronautica per reclutare studenti.

In un paese che per Costituzione dovrebbe ripudiare la guerra.

NOTE

1. Per preparare l’intervento di oggi ho rubato pensieri e parole alle redattrici e ai redattori diécole.

* L’articolo è una sintesi dell’intervento svolto al seminario “Resistenza pedagogica. Ettore Gelpi e l’educazione come utopia nel quotidiano. L’educazione tra politiche sociali e sviluppo dell’individuo”. L’iniziativa, organizzata dalla Federazione italiana dei Cemea e dai Cemea di Milano, con la collaborazione di école e il patrocinio del Comune di Milano, si è tenuta alla Casa della Cultura di Milano, il 29 marzo 2014.

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